di Stefano Merighi 

Il chitarrista inglese ha mutato pelle diverse volte pur rimanendo fedele all’idea dell’oggetto sonoro quale fonte di inesauribile sorpresa, frutto di un rifiuto quasi biologico della ripetizione di uno schema.

Agli inizi, Frith era emerso come un cervello musicale assai sofisticato, come dimostrava l’intera estetica di Henry Cow, gruppo inafferrabile che era partito da un suono, come si diceva allora, “progressive”, e si era spinto fino alle estremità dell’improvvisazione radicale, scegliendo in sovrappiù una militanza politica schierata e senza compromessi (in questo accanto all’amico e sodale Robert Wyatt..).

Spirito indomito, allergico alle celebrazioni di uno stile, Fred Frith subito dopo l’altra esperienza degli Art Bears si stabilisce a New York, condividendo le strategie dell’allora nascente scena “downtown”, spavalda nel distruggere qualsiasi materiale codificato ma altresì nel costruire innovativi paesaggi sonori senza preclusioni di sorta.È qui che Frith tratteggia la sua natura duplice e feconda. Da una parte alfiere della libertà assoluta e di un’improvvisazione quasi come religione laica, che prevede anche la rifondazione di una grammatica della chitarra elettrica; dall’altra invece cesellatore di musiche che riuniscano in un magico calderone le eredità del folk, della forma canzone sghemba, del rock per chitarra-basso-batteria, delle colonne sonore e di tutto quello che un musicista contemporaneo può concepire.

Solo così si possono intendere la sua discografia sterminata (e discontinua), le sue infinite collaborazioni con artisti di tutti i continenti e di tutti i generi, tra cui quella storica con John Zorn, che si ricorda sia per l’avventura seminale di Naked City (Zorn, Frith, Frisell, Horvitz e Baron, allstar d’altri tempi) che per quella esoterica del duo, tra i risultati più indecifrabili ma affascinanti di sempre..Talora sembra che l’unica dimensione musicale che interessi Frith sia quella del processo in divenire, indifferente ad un risultato finale; poi però rinasce la sua anima compositiva e fruibile, che prevede arrangiamenti finissimi e parti cantate quasi liriche (da “Gravity” e “Speechless” al trio Massacre, fino al recente folk-rock di Cosa Brava).

Lo si può trovare accanto ad Anthony Braxton e al Rova, in un quartetto di chitarre elettriche e nell’Ensemble Modern, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo.. Il trio con Hoopes e Glenn – musicisti molto attivi nell’area californiana – cerca di sintetizzare l’anima musicale inquieta ma anche ironica e disincantata di Frith, il suo gioco in parte dadaista, che nega il senso logico-discorsivo, in parte invece serissimo e attento alle sfumature e alle risonanze più intime.

 

Closer to the Ground - Intakt 2018

Tra le poche certezze dell’esistenza, una su cui solitamente si può fare tranquillamente affidamento è che un nuovo disco di Fred Frith non potrà essere mai men che interessante.

Dalla parte del chitarrista inglese ci sono una cinquantina d’anni di carriera (ok, ha incominciato giovane, ma fa sempre un certo effetto, no?) e la partecipazione attiva a alcune delle più influenti avventure della musica creativa di questi decenni, dai Naked City agli Henry Cow alle infinite progettualità in solo e con altri musicisti.Nonostante l'asticella delle premesse sia sempre posizionata su misure olimpiche, sin dalle prima note del nuovo lavoro in trio,Closer to the Ground, si ha la netta impressione non solo che la misura sia superata in scioltezza, ma che anche la ricaduta nel comodo del materasso sveli panorami sonori affascinanti più che mai.

Con Frith ci sono Jason Hoopes al basso e Jordan Glenn alla batteria, già presenti nel precedente disco, musicisti della Bay Area, straordinariamente duttili e reattivi alle mille direzioni che la musica può prendere. Il mood scuro e pulsante della musica, lo straordinario controllo delle dinamiche e della pregnanza timbrica, la capacità – pur all'interno di temi che non superano mai i 7 minuti – di generare una serie di architetture necessarie quanto inattese, fa del disco una vera meraviglia in cui perdersi, una
sorta di dub informale e decostruito che reca con sé brandelli di storie irresistibili.

 

https://www.youtube.com/watch?v=sNVUWgfDqbg

https://www.centrodarte.it/concerti/2019-10-20-fred-frith/