In un anno duramente falcidiato dalla crisi, non vengono tagliate le pensioni da € 3.000 al giorno o gli stipendi dei manager di stato da € 9 milioni all’anno (li chiamano diritti acquisiti) la prima cosa che viene sacrificata è la cultura.  

“con la cultura non si mangia”    …è una storia che si ripete da troppo tempo  

Time Zones negli anni ha scoperto e fatto scoprire “le musiche possibili” offrendo il proprio palcoscenico quasi sempre in anteprima per il nostro paese a musicisti solo pochi anni fa sottovalutati  come  Morricone, o  sconosciuti come Nyman, M.Monk, J.Zorn, P.Glass, S.Reich, T.Riley, C.Veloso , G.Sollima, R.Aubry, Sylvian, Sakamoto e tantissimi altri.

Anche quest’ anno come più o meno da 28 anni Time Zones si trova a far fronte ad un’emergenza economica nonostante tutto, però il festival continua ad investire su un programma di qualità l’unico salvacondotto per il suo futuro.

Si va’ dai suoni del profondo nord con le atmosfere rarefatte degli islandesi Hildur Guðnadóttir e Johann Johannsson e dei norvegesi Erik Honoré e Greta Aagre, a quel jazz che sta’ cercando strade nuove, il jazz che è capace di sporcarsi di suoni etnici come di beat elettronici, di rap come di “abbaglianti  immagini”.

Uno sguardo attento su alcuni prodotti della grande Mela con straordinari batteristi come Dafnis Prieto e Jim Black e con due leggendarie figure come il novantenne cofondatore della Sun Ra Arkestra Marshall Allen, ed il visionario sassofonista/film maker James Harrar.

Live singolari che avranno a fine corsa la congiunzione naturale con la presentazione di “Bam  il jazz oggi a New York” il nuovo libro di Nicola Gaeta. Al centro di questa edizione il live set di un’icona dell’elettronica di ultima generazione Jon Hopkins, produttore dei Coldplay ed ultimo complice del grande Brian Eno.

Infine due produzioni realizzate per Time Zones da “nostri musicisti” Jacarandà project di Filippo Lattanzi e l’anteprima nazionale de ”L’Attesa” di Claudia Mastrorilli.